Scegliere l’Università: perché la passione non basta.

La scelta del percorso universitario rappresenta uno dei momenti più significativi della vita delle studentesse e degli studenti che frequentano l’ultimo anno delle superiori. In questo contesto, spesso si ripresenta la discussione su quali criteri dovrebbero essere considerati per prendere questa decisione.

In un recente intervento in un liceo torinese, rilanciato da La Stampa, Alessandro Barbero, lo storico più famoso d’Italia, ha spronato gli studenti a scegliere lasciandosi guidare soltanto dalle proprie passioni, senza credere al monito di chi ritiene che potrebbero rimanere disoccupati. Tra le righe, Barbero se la prende principalmente con chi scoraggia gli studenti dall’intraprendere percorsi umanistici che, come è risaputo, offrono delle opportunità ben più limitate e, soprattutto, salari mediamente più bassi rispetto ad altri percorsi, anche se ci possono essere delle eccezioni: lo storico difende questa scelta proprio partendo dalla sua vicenda personale. Alla fine, lui ha fatto quello che gli piaceva fare, studiare la storia, raccontarla e scrivere romanzi e saggi; perché non dovrebbe funzionare così anche per tutti gli altri?

Lo storico torinese è in buona compagnia: il mantra “segui la tua passione” è stato proposto anche da altri, come Steve Jobs o Roberto Benigni. Nel maneggiare questi consigli, dovremmo però riconoscere che stiamo parlando di persone straordinarie. In particolare, Barbero è dotato di un talento incredibile per la ricerca, la narrazione e la divulgazione: le sue capacità, indubbiamente fuori dalla norma, lo rendono un caso eccezionale piuttosto che un modello rappresentativo. La sua esperienza, sebbene di grande ispirazione, non riflette la realtà della maggior parte di coloro che si trovano a dover scegliere il proprio percorso di studi. In altri termini, la sua storia non può valere per tutti, e nemmeno per tanti; illustra soltanto il successo di una minoranza che possiede talenti straordinari.

Il problema risiede nel fatto che il professore sta parlando a un pubblico che, nella sua vasta maggioranza, è composto da persone che potrebbero non possedere dei talenti straordinari. In molti casi, non è sufficiente avere una grande passione affinché questa si possa trasformare nel proprio lavoro. Se, da un lato, essere appassionati di una disciplina può contribuire a una maggiore dedizione nello studio che può a sua volta condurre a dei buoni risultati (ma può essere vero anche il contrario: una persona eccelle nel proprio lavoro che quindi diventa la sua passione), dall’altro lato, questo non assicura necessariamente che si acquisiranno competenze sufficienti per ricoprire determinate posizioni lavorative, specialmente in ambiti in cui i posti disponibili sono particolarmente limitati. Senza considerare che nemmeno la bravura a volte è sufficiente: ci sono diversi aspetti che giocano un ruolo determinante nella realizzazione professionale: le condizioni economiche e sociali, il luogo in cui si vive e, più in generale, la storia personale di ognuno di noi. Insomma, ci vuole tanta fortuna e quanto più il settore è competitivo tanto più questa è determinante.

Quello che Barbero non ci sta dicendo è che, proprio nel suo campo, ci sono schiere di bravi studenti che, pur desiderandolo, non diventeranno mai degli storici di professione, dei letterati o dei professori universitari, così come ci sono tanti scrittori molto capaci che difficilmente riusciranno a far leggere i propri scritti a più di qualche decina di lettori. È vero, queste persone un lavoro lo troveranno comunque; ma molte di queste si ritroveranno in professioni che non soddisfano le loro aspettative, spesso poco retribuite e non in linea con le competenze acquisite durante il percorso di studi. Proprio per aver creduto “troppo” a un sogno difficile da realizzare, ci si può ritrovare intrappolati in una condizione frustrante.

Insomma, a me pare che il professore semplifichi un po’ troppo la questione: “l’importante è seguire il proprio cuore, poi qualcosa di bello succederà” è una sorta di pensiero magico che rischia di generare nei ragazzi in periodo particolarmente delicato della loro crescita una falsa aspettativa nei confronti di sé stessi e del futuro, facendo passare il messaggio sbagliato e dannoso che la passione sia un aspetto non solo necessario ma anche sufficiente per la realizzazione personale.

La scelta del percorso universitario è una decisione complessa che richiede un bilanciamento. Certamente si dovrà tenere conto delle proprie passioni; tuttavia, da ciò non segue che questo sia l’unico aspetto da considerare. Le statistiche occupazionali e le previsioni di reddito sulla base del proprio percorso universitario sono anch’esse fondamentali e gli studenti dovrebbero avere una panoramica chiara su tali aspetti, così come una solida conoscenza delle proprie capacità – che non sempre coincidono con le proprie passioni – e dei propri limiti. Se, da un lato, è vero che la passione per il proprio lavoro può contribuire in modo significativo alla realizzazione personale – anche se questo non può valere per tutti – dall’altro, anche la stabilità economica può influire significativamente sulla qualità della propria vita. Questo è importante soprattutto se si considera che le preferenze e le aspirazioni cambiano nel tempo: ciò che sembra essenziale a 18 anni potrebbe assumere un peso più relativo a 30, 35 o 40 anni. Infine, è importante che questa scelta contempli anche l’eventualità della sconfitta e del fallimento, distanziandosi dall’ottimismo potenzialmente ingannevole di chi suggerisce di seguire la propria passione senza riserve.

Con questo ragionamento non intendo sostenere che gli studenti dovrebbero stare alla larga dai percorsi umanistici o da quelli con scarse prospettive lavorative. L’auspicio è che chi è davvero motivato a intraprendere questi percorsi lo possa fare, ma con una maggior consapevolezza di sé, dei propri limiti e delle implicazioni, a volte particolarmente sfidanti, che tale scelta può avere sulla propria vita.

Da laureato in campo umanistico, adotterei dunque un approccio più cauto e ponderato, consapevole del peso della responsabilità sottesa all’orientamento universitario. Non consiglierei agli studenti di seguire semplicemente “ciò che dice il cuore”; piuttosto, modificando la massima dell’oracolo di Delfi, direi loro: “conosci il mondo e conosci te stesso”.

Pubblicato su Il T Quotidiano il 12 marzo 2023

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