Cartesio e il ritorno alle basi

Da giovedì 27 a domenica 30 giugno si terrà a Borgo Valsugana la sesta edizione del festival di divulgazione scientifica e culturale Trentino 2060: pensare il presente, immaginare il futuro. Una rassegna che negli anni ha ospitato grandi nomi del dibattito pubblico ed è dedicata alla riflessione critica sui temi più urgenti dell’agenda politica, sociale e culturale della nostra comunità. Il tema scelto per quest’anno è “Basics: riorientare il futuro” e, incoraggiato dal direttore Casalini, in questo editoriale mi propongo di approfondire il senso di questa scelta.

Una maledizione cinese augura al malcapitato che la subisce di “vivere tempi interessanti”, dove “interessanti” assume il significato di “conflittuali” e “difficili”. In questo senso, la nostra contemporaneità è certamente un periodo interessante, o perlomeno sfidante, in quanto caratterizzato sia da eventi drammatici e improvvisi – come la pandemia o lo stravolgimento dell’ordine geopolitico mondiale – sia da fenomeni di carattere strutturale – come l’inverno demografico e la crisi dei sistemi democratici. Vivere in tempi interessanti rende più complesso identificare un’idea di futuro su cui basare le nostre scelte collettive. È proprio nell’instabilità e nell’incertezza del presente che nasce l’esigenza di una riflessione che si proponga di ritornare alle basi per riorientare il futuro a cui vogliamo tendere. Ma cosa vuol dire ritornare alle basi?

In effetti, questa espressione è ambigua perché può assumere due significati molto diversi: uno storico-psicologico e uno filosofico. Per quanto riguarda il primo, ritornare alle basi significa fondamentalmente ripristinare un ordine perduto. Al riguardo, si parla spesso del “mito dell’età dell’oro”, il quale è presente in quasi tutte le civiltà conosciute. Si pensi ad esempio al mito giudaico-cristiano dell’Eden, ad Arcadia, la terra idealizzata dove nella tradizione greco-romana gli uomini vivevano in perfetta armonia con la natura, ma anche al Gulladr nordico o al Satya Yuga indiano. Seppur diversi, questi miti seguono uno schema simile: in un passato solitamente assai remoto la nostra convivenza era pacifica e semplice, mentre oggi – avendo violato quell’ordine naturale – vivremmo nella discordia, nella sfiducia e nell’incertezza.

Lo schema che ritroviamo nei miti dell’età dell’oro può essere applicato anche al modo in cui parte del dibattito pubblico affronta le sfide collettive. Infatti, molte proposte vanno spesso nella direzione di un ritorno a un “passato migliore”. Nel panorama politico questo atteggiamento è per certi versi trasversale a ogni schieramento, anche se in forme diverse: l’esempio più recente – ma potrei citarne altri – è la celebrazione dei trulli, dei cibi e delle tradizioni pugliesi a margine del G7 da parte del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che restituisce al mondo un’immagine di un’Italia bucolica ancorata a un eterno passato che non esiste più, ma che diventa un ideale a cui tendere.

Ritengo che abbracciare questa interpretazione di “ritorno alle basi” presenti almeno due problemi. Il primo è che non è affatto vero che il passato sia generalmente migliore del presente o del futuro, per quanto questi ultimi possano risultare incerti e sfidanti. L’aumento dell’aspettativa di vita, del tasso di scolarizzazione, i progressi nella parità di genere e gli avanzamenti nel campo della comunicazione e della tecnologia sono alcuni aspetti che indicano un netto miglioramento della qualità di vita anche solo rispetto a qualche decennio fa. La preferenza che molti attribuiscono al passato non sarebbe quindi corroborata dai fatti – l’età dell’oro non esiste –, ma sarebbe invece l’espressione di un meccanismo psicologico che porta l’essere umano a dimenticare eventi associati a emozioni negative più velocemente rispetto a quelli associati a ricordi positivi, fenomeno che prende il nome di Fading Affect Bias. Allo stesso modo, quando ripensiamo con nostalgia alla nostra infanzia o alla nostra giovinezza, non lo facciamo tanto perché stavamo effettivamente meglio di quanto stiamo ora o perché “erano tempi migliori”, ma perché tendiamo a dimenticare gli eventi e i ricordi negativi che abbiamo vissuto in quel periodo.

In secondo luogo, adottare questa interpretazione storico-psicologica porta con sé un rischio, forse mortale: l’eliminazione delle parole “sviluppo” e “progresso” dal vocabolario del dibattito pubblico, proprio quando il carattere inedito delle sfide che siamo chiamati ad affrontare richiede soluzioni nuove e strumenti innovativi.

Vi è però un altro modo di intendere la necessità di ritornare alle basi che riguarda invece un’attitudine propriamente filosofica. È la stessa necessità che avvertì il filosofo Cartesio quando, a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, gli sviluppi in matematica, fisica, astronomia, biologia e chimica trasformarono la visione della società riguardo alla natura, sfidando le concezioni tradizionali del mondo. Cartesio, pertanto, volle ritornare alle basi chiedendosi non tanto quali fossero i fondamenti peculiari delle scienze particolari, quanto quale fosse il fondamento della conoscenza generale, contribuendo così al progresso della scienza moderna e della sua comprensione.

Traducendo l’esperienza cartesiana nel contesto del festival Trentino 2060, tornare alle basi significa quindi dare voce a quella necessità di analizzare concetti, idee ed eventi che di solito stanno sullo sfondo del discorso pubblico e che spesso vengono dati per scontati da chi racconta l’attualità, ma che sono fondamentali per prendere decisioni informate, autonome e consapevoli in un mondo in rapida evoluzione. Significa, ad esempio, chiedersi quale sia il ruolo della politica e il rapporto di quest’ultima con le competenze tecniche. Significa ragionare non tanto sui peculiari contrasti tra Cina, Stati Uniti, Russia e altri attori internazionali – come abbiamo fatto nelle edizioni passate – ma piuttosto concentrarsi sulle diverse culture e visioni del mondo e su come queste possano influenzare il comportamento delle grandi potenze nel panorama internazionale. Tornare alle basi vuol dire interrogarsi anche sulle parole, sulle norme e sui principi che regolano l’agire morale e sociale dell’essere umano. Significa comprendere cosa davvero sia la guerra, nella sua cruda e drammatica semplicità. Significa discutere di salute e istruzione, beni primari che costituiscono le premesse per garantire alle persone l’accesso ad eque opportunità nel nostro contesto sociale.

Proprio come Cartesio dobbiamo mettere tutto in discussione, ponendoci quesiti profondi e disarmanti, anche su ciò che in apparenza sembra ovvio e scontato. Questo è un passaggio necessario per avvicinarsi quanto più possibile a una conoscenza chiara e distinta della realtà che ci circonda e a una consapevolezza critica delle idee che hanno il potere di cambiarla.

Pubblicato su Il T Quotidiano il 27 giugno 2024.

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